Dal Manifesto del 04-04-2010: «Ripartire dalla cultura per uscire dalla barbarie»
di Alessandro Braga

dario_fo-1«A un povero che chiede la carità devi dare cinque monete. Tre per il cibo, due per comprare un libro». Era scritto sul muro di una casa del popolo dei primi del Novecento. Dario Fo è convinto che sia necessario ripartire da lì, dalla cultura per il popolo, per uscire dalla barbarie che sta invadendo il nostro paese. Giovedì sera sarà al teatro Carcano di Milano con uno spettacolo a favore del Movimento immigrati primo marzo. Una piéce sull’immigrazione, sul palco ci saranno degli attori migranti. E ci sarà lui. Cosa dirà, di preciso, non lo sa ancora. Mentre parla, prende appunti. Gli vengono idee, spunti. Passa dal divano del salotto alla scrivania dello studio. Parla di Lega, degli immigrati di Rosarno. Ma anche di sant’Ambrogio e sant’Agostino.
Come nasce lo spettacolo?
Dal mio intervento durante lo sciopero dei migranti del primo marzo. Una manifestazione straordinaria, molto partecipata. In quell’occasione ho narrato l’origine della razza umana, la sua nascita in Africa per poi allargarsi a tutta la terra. Mi sono detto: dobbiamo andare avanti, fare altro. Ci siamo messi in moto e siamo arrivati allo spettacolo che giovedì prossimo porteremo in scena.
Uno spettacolo sull’immigrazione, a favore dei migranti. In questo momento e in terra lombarda è davvero in controtendenza.
Sì, perché mentre in altre nazioni si avanza, penso agli Stati uniti, che sono riusciti a eleggere un presidente nero, da noi c’è una recessione pazzesca, che genera odio e la paura dello straniero. Una sopraffazione dell’uomo sull’uomo che mi sconvolge. Ripenso a vari fatti di cronaca degli ultimi tempi e rabbrividisco. A come i neri di Rosarno venivano sfruttati, al fenomeno del caporalato. A quei lavoratori africani che hanno dovuto minacciare di darsi fuoco per farsi pagare gli stipendi. Ma anche a quella violenza terribile su bambini fatta in quella scuola veneta dove i ragazzini sono stati lasciati a pane e acqua perché i genitori non riuscivano a pagare la retta. Sono tutti segnali di come siamo caduti in basso dal punto di vista culturale.
Con la Lega che fa incetta di voti alle elezioni…
Perché falsifica la realtà storica dei fatti. Con questo spettacolo voglio smontare tutte le falsità, le furbizie travestite da cultura che portano avanti. E lo faccio andando a fondo nelle nostre tradizioni. Perché le radici padane non sono quelle della Lega, ma sono fatte di solidarietà e accoglienza. La storia insegna che a Milano è sempre stato così. Penso a sant’Agostino, un nero che è diventato quello che è stato. E poi sant’Ambrogio. Il più famoso vescovo di Milano era arrivato a dirsi favorevole alla comunità dei beni. E se un campagnolo veniva in città e aveva un mestiere era subito integrato nel tessuto della città, difeso a costo di guerre. La Lega queste cose non le dice, anzi rigira la storia a suo piacimento. Posso raccontare la storia dei monfortini?
Prego.
È un fatto che risale all’anno mille o giù di lì. Gli abitanti di Monforte d’Alba erano catari. Per questo il vescovo di Milano ha mosso guerra contro di loro. Quando hanno perso, sono stati obbligati a fare una scelta. O abbracciare una croce, o saltare nel fuoco. Molti di loro coerentemente hanno scelto la condanna a morte. È da questa storia che nasce poi nella toponomastica milanese corso Monforte. Pensa che l’unico sindaco leghista di Milano, Marco Formentini, voleva che quella zona fosse dedicata alla Padania. Senza capire il vero significato, che è quello di un riconoscimento della libertà. È uno dei tanti esempi della grettezza culturale di questi personaggi.
Ma basta ridare cultura al popolo per invertire questa tendenza, con le forze più razziste del panorama politico che aumentano i loro consensi?
Non basterà, ma è necessario provarci. Noi come sinistra abbiamo consegnato il popolo in mano a questa gente.
Appunto, la sinistra. Dov’è?
Più che altro dove dovrebbe essere. La strada da imboccare è semplice, e i fatti dimostrano che è quella giusta. Abbiamo vinto dove siamo tornati a fare quello che facevamo prima. Dobbiamo stare in mezzo alla gente.

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