liverpoolNon sono mai stato a Liverpool ma ho l’impressione che possa essere una città interessante ed effervescente.
Ci sono teatri, monumenti, musei; vi si svolge la biennale di arte contemporanea e nel 2008 ha ricevuto anche il titolo di Città Europea della Cultura.
Leggo che è famosa per il suo porto: all’inizio del 1800 infatti oltre il 40% del commercio mondiale transitava proprio da Liverpool.
Ci sono nati John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr: insomma i Beatles.
E poi ci sono i Reds (i Rossi): alludo naturalmente alla squadra di calcio di Liverpool che indossa la maglia rossa; da non confondere con i Red Devils (i Diavoli Rossi) che sono invece la squadra di Manchester.
940450_w2Anche se viene prima il rugby e se fin da bambino mi viene spontaneo seguire calcisticamente il colore internazionale del cielo (nero di notte e azzurro di giorno), devo ammettere che quella dei Reds è fra le squadre di calcio più forti del mondo e devo aggiungere che mi sta simpatica.
La squadra di Liverpool ha dei tifosi incredibili: quando cominciano a cantare in coro allo stadio la canzone che hanno preso a prestito come loro inno, diventano perfino emozionanti. L’inno non è un brano scritto per loro ma è “You’ll never walk alone” (Non camminerete mai da soli) un brano scritto per il musical Carousel da Richard Rodgers e Oscar Hammerstein, interpretato da molti artisti famosi ma, reso celebre da un gruppo di Liverpool: Gerry & The Pacemakers.
Un paio di anni fa, nel 2011, ci fu un brutto episodio di razzismo di cui fu protagonista Luis Suarez, attaccante uruguaiano del Liverpool (omonimo di un altro, detto Luisito, centrocampista spagnolo degli anni sessanta, di fama internazionale).
suarez-evra-543Il calciatore infatti, prima di una partita, rifiutò di stringere la mano al giocatore senegalese del Manchester United: Patrice Evrà, nei confronti del quale aveva rivolto precedentemente insulti razzisti: o meglio dopo uno scontro di gioco il difensore Evrà chiese a Suarez il perché di tale fallo. La risposta fu “perché tu sei negro”. Invitato a ripetere l’insulto, Suarez minacciò: “io non parlo con i negri” per poi ripetergli, di continuo, la parola “negro” sulla faccia.
Il giocatore del Liverpool ricevette 8 giornate di squalifica e 40 mila sterline di multa dalla Lega calcio inglese perché il suo atteggiamento, giudicato indifendibile, “ha danneggiato seriamente l’immagine del calcio inglese nel mondo”.
Non sono così esperto di cronache sportive da poter citare differenze rispetto al nostro paese ma se penso che la motivazione punisce il giocatore, sia per il suo comportamento antisportivo ma anche e soprattutto per un danno di immagine al mondo del calcio nel suo insieme, significa che la Lega si è preoccupata anche delle conseguenze dirette ed indirette che i comportamenti o i cori razzisti possono avere.
Si è posta cioè in una logica di responsabilità collettiva dalla quale, qui in Italia, ho paura che siamo ancora lontani.
Ebbene il Liverpool Football Club, seppur a distanza di un po’ di tempo, vuol far sapere al mondo che sta imparando quale sia l’esempio da offrire e la lezione giusta da impartire: pochi giorni fa ha stampato una sorta di Decalogo, una guida da distribuire a dipendenti, giocatori, abbonati e tifosi per spiegare quali frasi e comportamenti vengono considerati “inaccettabili” e messi al bando allo stadio di Anfield Road.
Liverpool-paroleHa detto il funzionario Rishi Jain: “Il Club vuole sradicare ogni forma di discriminazione e comportamento discriminatorio fuori e dentro il campo. E’ importante capire il contesto, ma qui ci sono esempi di poche parole che sarebbe meglio eliminare perché offensive e che il Club considera inaccettabili”. (Gli interessati possono cliccare sulle parole sottolineate per approfondire).
Nella nota ufficiale del Liverpool è inaccettabile e discriminatorio, ad esempio, urlare agli avversari “Nigger” (negro) o “Yid” (ebreo), sono da evitare le offese agli zingari (“gipsy” o “Pikey“), agli ispanici, agli italiani (“spic” dal maccheronico “No spic inglisc”), alle persone di fede mussulmana (“raghead“, uomo con lo straccio in testa che sarebbe il turbante). Non vanno pronunciati inoltre i riferimenti di genere tipo “don’ t be a woman” (non far la femminuccia) o “man up” (sii uomo) e gli insulti a sfondo sessuale come “gay” o “rent boy” (prostituto). Infine non sono da usare espressioni come: storpio, ritardato o handicappato fra quelle relative alla disabilità.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratta solo di un’operazione di facciata, di un’azione simbolica, o di un’iniziativa pubblicitaria ininfluente a determinare un cambiamento. Insomma qualcuno dirà: i soliti inglesi, hooligans di dentro ma british di fuori.
A qualcuno ancora potrebbe venire in mente una bella caricatura dei tifosi educati, fatta dal duo I Soliti Idioti (vedi: Ecco come si fa a protestare contro l’arbitro).
Io invece considero questa iniziativa una coraggiosa ambizione, una buona azione ed una bella partenza per provare a diffondere una cultura della responsabilità, dell’etica pubblica, della solidarietà e del riconoscimento delle diversità a partire anche dal vocabolario perché è nel riappropriarsi di certe parole che si possono valorizzare i contesti ideologici di riferimento e recuperare i nessi storici in cui crediamo.” (cfr con me stesso in  “Malgrado tutto credo ancora che ci sia“).
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Se penso che chi, nel nostro Paese, ha fatto uso di termini razzisti, di insulti omofobi, di ingiurie a chi la pensa diversamente, lo ha fatto soprattutto in Parlamento non negli stadi e lo ha fatto da Parlamentare e non da tifoso (ma anche da Presidente del Consiglio o da segretario di un partito o da consigliere comunale), mi viene da pensare che il nostro problema culturale sia parecchio più grave.

Penso non solo al “Vaffa… Day” ma anche alla maglietta con la scritta: “C’hann scassat’o cazzo” che indossava la senatrice Alessandra Mussolini alla manifestazione di domenica scorsa a favore di un ex Presidente del Consiglio condannato in via definitiva; all’appellativo “coglioni” rivolto nel 2006 agli elettori di centrosinistra da parte dell’ex Presidente di cui sopra; al direttore de Il Foglio: Giuliano Ferrara che ha definito “cazzona” la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato sempre lo stesso ex Presidente del Consiglio; al deputato Gianluca Buonanno della Lega Nord che ha definito Sinistra Ecologia e Libertà “Sodomia e Libertà“; al vicepresidente del BorghezioSenato Roberto Calderoli della Lega Nord che ha invitato i mussulmani a “tornare giù nel deserto a parlare con i cammelli o nella giungla con le scimmie o ha paragonato il Ministro Kyenge ad un orango; a Mario Borghezio della Lega Nord che riferendosi sempre al Ministro Kyenge ha parlato di un “governo del bonga bonga oltre ad aver appiccato il fuoco sotto i pagliericci sui quali alcuni immigrati stavano dormendo sotto un ponte a Torino (reato per il quale è stato condannato in via definitiva); a Stefano Grillanda di Fratelli d’Italia che ha definito “congoloide” il Ministro Kyenge e che pochi mesi prima aveva invitato Luigi Preiti a sparare ai politici e non ai carabinieri (riferito all’episodio dell’aprile scorso in cui Preiti fece fuoco davanti a Palazzo Chigi contro alcuni carabinieri); a Daniela Santanché del PdL che ha definito Maometto poligamo e pedofilo.
La lista è lunghissima e potrei continuare ma faccio fatica perché è nauseante anche solo riscrivere tali espressioni incivili.
L’iniziativa del Liverpool è da apprezzare perché si pone un obiettivo educativo e chi si occupa di questo genere di cose sa che serve tempo, impegno, coerenza e costanza sia per insegnare che per imparare.
Anche a scuola capita spesso di ragionare con i bambini sulle cosiddette “parolacce”: loro le usano a volte inconsapevolmente, a volte con malizia, altre volte per imitare gli adulti ma, nella grande maggioranza dei casi, non ne conoscono il significato o l’etimologia.
Qualche volta qualcuno si offende: a volte c’è un motivo, altre volte invece c’è stato un fraintendimento.
lettres0Quello che da maestro provo a far capire, oltre al significato delle parole e alla loro origine, è che esse non sono belle o brutte ma diventano belle o brutte a seconda del significato che gli vogliamo attribuire in quel determinato contesto e in quel modo preciso in cui le pronunciamo.
Pertanto anche la parola “aquila“, che è un sostantivo che definisce un animale quindi non è una parola bella o brutta, può diventare un complimento o un’offesa a seconda che la usiamo, accompagnata da un tono o un gesto particolare, per apostrofare una persona in modo elogiativo o dispregiativo.
Solo dopo, il termine “aquila” può significare che quella persona è intelligente come un’aquila oppure  cattivo o rapace come un’aquila.
Poi mi piace giocare con le parole e capire quali sono per i bambini le parole belle o brutte: di solito le loro scelte hanno a che fare con il significato piuttosto che con la forma (ad esempio, alcune parole belle sono: mamma, pace, pizza, giocare; invece le parole brutte sono: piangere, litigare, malattia, compiti, ecc.).
Ancora a proposito di parole… ci sono le giornate, in cui propongo i testi liberi, nelle quali spesso accade che ci siano vocaboli in sciopero per il super sfruttamento a cui sono sottoposti; pertanto non si possono usare: bello/brutto, buono/cattivo simpatico/antipatico, ma solo sinonimi sempre diversi in modo da distribuire il carico del supporto espressivo fra più termini.
Insomma una sorta di: “Lavorare meno per lavorare tutti” delle parole.
In questo contesto, sarebbe davvero utile se ci fossero anche “le parole con l’ombrello” cioè se fossero proprio le parole stesse a chiedere di potersi riparare dalla pioggia di significati malsani che, a volte, gli vogliamo attribuire noi uomini pronunciandole.
Se da soli non ce la facciamo, almeno loro ci potrebbero aiutare nell’opera di risanamento di cui il nostro vocabolario quotidiano ha sicuramente bisogno.

OmbrelliImmagina come sarebbe bello
se le parole avessero l’ombrello,
non per l’eleganza durante il passeggio,
neanche per difendersi da un borseggio,
ma per ripararsi dalla perturbazione
di chi vuol far precipitar l’educazione.
Lo aprirebbero in maniera lesta
se infastidite da quella tempesta,
così il brutto significato scivolerebbe via
senza inquinare la loro naturale poesia.
Non ci sarebbero musi lunghi e fraintendimenti
e le conversazioni diventerebbero: chiarimenti.
Se poi le parole, per il danno sopportato,
organizzassero uno sciopero prolungato,
sarebbe un problema davvero per tanti
parlare senza vocali e consonanti.
Meno male che è legittimo sperare
che il loro giusto uso si possa imparare:
in famiglia, allo stadio e anche a scuola
dove nessuna parola ha mai giocato da sola.

Filastrocca ed immaginazione a parte, quello che hanno fatto quelli del Liverpool è trasformare in pratica educativa il senso di un impegno che hanno scelto anche adottando le parole del loro inno. Per questo mi piace il Liverpool e credo in iniziative di questo genere.
YOU’LL NEVER WALK ALONE
When you walk through a storm, hold your head up high
And don’t be afraid of the dark.
At the end of a storm is a golden sky
And the sweet silver song of a lark.
Walk on through the wind,
Walk on through the rain,
Though your dreams be tossed and blown.
Walk on, walk on with hope in your heart
And you’ll never walk alone,
You’ll never, ever walk alone.
NON CAMMINERAI MAI DA SOLO
Quando cammini attraverso una tempesta, tieni la testa alta
E non aver paura del buio.
Alla fine del temporale c’è un cielo dorato
E la dolce canzone argentata di una allodola.
Cammina attraverso il vento,
Cammina attraverso la pioggia,
anche se i tuoi sogni sono sfumati e svaniti.
Cammina avanti, vai avanti con la speranza nel cuore
E non camminerai mai da solo,
Non camminerai mai e poi mai da solo.
(Traduzione, a spanne, del sottoscritto)

LiverpoolFCP.S. Guarda il fimato di: You’ll never walk alone ma nota bene che nel filmato ci sono sia immagini di tifosi del Liverpool che cantano “You’ll never walk alone” ed immagini di una partita. Si riferiscono alla finale di Champions League del 25 maggio 2005 vinta dal Liverpool per 6 a 5, dopo i calci di rigore, contro la squadra italiana di un ex Presidente del Consiglio che inizialmente era stata in vantaggio per 3 a 0. Il filmato, casualmente voluto, è quindi sconsigliato ai deboli di cuore o ai tifosi della squadra di un ex Presidente del Consiglio da poco condannato in via definitiva.
Scherzi a parte, comunque parteggiate, buona visione.

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