0153Avevo 15 anni e non sapevo chi era Victor Jara.
Ascoltavo musica e non sapevo chi era Victor Jara.
Frequentavo la seconda superiore ma non sapevo chi era Victor Jara.
Ho fatto gli scioperi per il Cile eppure non sapevo chi era Victor Jara.
Solo dopo anni ho imparato chi era Victor Jara.
Era un musicista, un cantautore, un regista teatrale, un poeta e un militante della gioventù comunista cilena.
L’11 settembre del 1973, giorno del colpo di Stato militare di Augusto Pinochet, appoggiato dalla CIA, non se ne stette rinchiuso dentro casa ad ascoltare la radio che diffondeva, in tutto il Cile, le prime drammatiche notizie del golpe; non cercò di fuggire, ma andò all’università per organizzare la resistenza contro i militari saliti al potere.
Il 12 settembre 1973 finì in un rastrellamento. Venne portato nel campo di concentramento allestito dai golpisti nello stadio più grande della capitale, che ora ha il suo nome, dove tante volte aveva tenuto concerti di sostegno a Salvador Allende.
Con lui c’erano circa 5.000 prigionieri. L’inchiesta ha ricostruito che, in un primo tempo, è stato detenuto insieme a un gruppo di professori, studenti e impiegati dell’Università tecnica statale, ma poi i suoi aguzzini lo hanno prelevato per sottoporlo a torture e umiliazioni: gli hanno spezzato le mani e lo hanno seviziato, mentre lui continuava a cantare la canzone del Partito di Unità Popolare.
Il 16 settembre 1973, Victor Jara venne giustiziato nel sotterraneo dello stadio con 44 pallottole. Aveva 41 anni.
Victor_Jarra_NichaSua moglie Joan Turner racconta:
Siamo saliti al secondo piano, dove c’erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Vìctor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti.”

Dopo averlo ucciso, i militari cileni non solo proibiscono la vendita dei suoi dischi, ma ordinano la distruzione delle matrici. Sua moglie, fuggendo subito dopo il funerale, riuscì a salvare alcuni nastri delle sue canzoni.
Per la cronaca, solo alla fine del 2012, dopo oltre 39 anni, la magistratura cilena ha emesso un mandato d’arresto per otto ex ufficiali dell’esercito, accusati di aver ucciso il cantautore cileno.
Pochi giorni fa, il 12 settembre, Bruce Springsteen, nel suo concerto a Santiago del Cile, ha reso omaggio a Victor Jara e alle lotte del popolo cileno, cantando una struggente versione di “Manifiesto” ed accompagnando gli spettatori ad un livello di commozione inimmaginabile.


(Nota. Per una qualità migliore si può vedere il filmato a questo link: http://vimeo.com/74539621)
victor jara - pongo en tus manos abiertas (front)Per chi vuol leggere qualcosa in più, consiglio “La notte in cui Victor non cantò” di Claudio Fava, Baldini e Castoldi Editori.
Per chi vuole ascoltare le sue canzoni, il mio modesto consiglio è di cercare i dischi: “Pongo en tus manos abiertas”, “Canto Libre”, “El Derecho De Vivir En Paz”.
Per chi vuol provare a capire perché gli hanno massacrato le mani, invito a leggere questo articolo.

LA CANZONE POLITICA di Victor Jara (1968)
La canzone nasce con l’uomo e con la sua necessità di esprimere una interiorità soggettiva, per renderla universale con un atto di comunicazione e di partecipazione.
Per questo la canzone mostra l’essenza dell’uomo e, fin dalle origini, pone in evidenza l’intima relazione tra i problemi dell’esistenza umana e l’ambiente nel quale tale esistenza si sviluppa.
Così, per esempio, le manifestazioni musicali dell’uomo primitivo sono legate alla concezione magico-religiosa o alla mitologia della sua comunità. Il che dimostra che la canzone nasce come necessità e non come mero divertimento, anzi che essa ha una sua intrinseca finalità: chiarire il conflitto dell’uomo vivo e libero sulla terra.
Nelle zone andine, gli Incas si servivano del suono delle “quenas” (una specie di flauto) per ammansire e radunare le greggi.
Nelle pianure venezuelane, gli indigeni intonavano durante il raccolto del mais canti allusivi al loro lavoro e la musica imprimeva ai loro corpi e alle loro mani il ritmo della molitura del grano. Nel Cile, gli araucani riunivano il popolo in un “guillatum” (antica cerimonia religiosa) dove tutti cantavano per invocare la fertilità della terra.
vicman_victor_jaraL’uomo primitivo cantò – e questo si verifica ancora oggi nella tradizione folklorista dei popoli – per rafforzare se stesso contro il male e far fronte alle forze avverse da cui si sentiva minacciato.
Cantò per invocare raccolti abbondanti, per stimolare le proprie energie nel lavoro, per propiziare un ricco bottino nella caccia, per suscitare la pioggia, per scongiurare i pericoli degli elementi.
Nella realtà di oggi, il canto assume con impeto poderoso il valore di una protesta. Attraverso il canto, i popoli oppressi da paesi stranieri si ribellano, lottano, denunciano i responsabili della loro oppressione. E qui il canto parla della terra, che è del popolo, e della necessità di recuperare tutto ciò che al popolo è stato rubato; parla della libertà e di coloro che in tutto il mondo lottano per conseguirla.
Attraverso la lotta attiva dei più consapevoli, che guidano i popoli verso la libertà, la canzone promuove tra le masse l’azione liberatrice. Perciò nei suoi temi, figura in primo piano il popolo di Cuba, stella-guida della rivoluzione oggi in atto in America Latina, e il protagonista è l’uomo che sui monti ha impugnato il fucile per rivendicare la propria dignità. Milioni di voci si sono levate in tutto il mondo per cantare la vita e la morte del comandante Ernesto Che Guevara, ucciso dall’imperialismo yankee nella selva boliviana. Canta del contadino, il cui sangue e le cui lacrime irrigano campi che non sono suoi ma che a lui appartengono; canta dell’operaio che nella fabbrica muore giorno per giorno, schiacciato dal giogo del capitalismo. La canzone protesta inneggia in tutto il mondo all’eroico popolo vietnamita e alla prossima inevitabile vittoria. In una società disumanizzata, la canzone inneggia all’amore quale unico rifugio dell’uomo.
La canzone-protesta è un fatto, una realtà e una necessità dell’uomo dei nostri giorni.
Perseguitata e censurata, vola al di là delle barriere e si trasforma nel linguaggio comune della gioventù del mondo.
Alla canzone-protesta la società borghese oppone i suoi mezzi, di informazione, corrosivi e alienanti per lo spirito del popolo. Giornali, riviste, radio e televisione, diretti da uno stesso padrone, avvelenano quotidianamente la coscienza delle masse con i loro falsi valori e i loro falsi idoli per sviare ogni aspirazione di libertà e ansia di rinnovamento. D’altra parte, la pubblicità, la propaganda e i falsi cantanti popolari spingono l’uomo all’evasione e agiscono come droghe soporifere sul naturale istinto di ribellione alla miseria.
Attraverso i suoi mezzi di informazione, la borghesia detta alle masse falsi schemi di vita e ideali deformati, basati sul modello della “American way of life“, sul conformismo, sull’anticomunismo e sulla mediocrità del qualunquismo. In questo modo si pretende di creare un uomo-tipo, che risponda come un automa alle esigenze della macchina dittatoriale che lo governa, annullando ogni espressione individuale e ogni iniziativa creatrice. In questa situazione, l’uomo resta isolato e incapace di comunicare con gli altri.
La canzone-protesta interrompe questo circolo vizioso e annulla l’azione alienante del capitalismo, svolgendo, così, un ruolo importantissimo nelle rivendicazioni sociali.
Comunque ricordiate, buona ricerca.

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