bertoliRicordo quando mettevamo “Eppure soffia” alla radio (credo fosse il 1976).
Ricordo che tutte le volte si rimaneva incantati da quel giro di chitarra e da quel tema così delicato trattato con la forza della bellezza.
Ricordo un concerto al Palasport di Ferrara ripreso dalle telecamere di Marco Ferreri per il film: “Il futuro è donna” (credo fosse il 1983) ed un intenso concerto alla  festa dell’Unità di Galliera. 
Ricordo molte canzoni e moltissime sigarette.
Ricordo una voce straordinaria ed una dignità superlativa.
Ricordo che senza il suo aiuto nessuno, probabilmente, conoscerebbe Luciano Ligabue.
Ricordo quando a Sanremo con i Tazenda si prese applausi incontrollati e quando l’anno dopo, nel 1992, anticipò Tangentopoli presentando la canzone “Italia d’Oro”.
Ricordo che nello stesso anno si candidò alle elezioni politiche per Rifondazione Comunista.
Ricordo un impegno singolare a favore dell’integrazione sociale delle persone con disabilità.
Ricordo Pierangelo Bertoli, dopo undici anni… anche con questi brani presi da sue interviste alla rivista PROdiGIO di Trento rilasciate a Ugo Bosetti e a Francesco Genitoni.

Bertoli-3Allora, Pierangelo, cosa ne pensa dell’iniziativa (sull’abbattimento delle barriere architettoniche)?
«La sensibilizzazione della gente non manca mai: 5 minuti te li dedicano tutti, 5 minuti e poi basta però perché la gente ha i suoi problemi (i cazzetti suoi).
La sensibilizzazione vera e propria è cominciata 20 – 30 anni fa quando gli handicappati sono entrati nelle scuole pubbliche. Prima venivano tenuti nascosti dai famigliari, quasi fosse una vergogna mentre oggi girano per la strada. È un fatto culturale dalle tante sfaccettature che ha a che fare anche con la Chiesa cattolica. Da ragazzo non ho avuto particolari problemi perché nella mia regione, l’Emilia Romagna, erano più aperti e i miei compagni di scuola mi accompagnavano in giro per tutta Italia… dovunque andassero mi portavano con se e senza di me non si muovevano.
Il fatto che si vedano persone con difficoltà in mezzo alla gente è positivo perché uno si accorge così che esistono gli alti e i bassi, i biondi e i bruni e anche gli handicappati, che questi non sono poi così diversi, che hanno l’unica sfortuna di non poter fare tutto quello che fanno gli altri. Quindi non più handicappati “untori”… non inquinano, non puzzano… In più oggi la tecnologia si è evoluta e permette anche ad un handicappato di recuperare una parte della sua indipendenza… guarda tu con quell’affare (indica il joystick della mia carrozzella) quanti spostamenti riesci a fare. So del direttore di un centro di ricerca che dirige tutto contando solo sulla mobilità di due dita. L’importante è il cervello, ci pensa la tecnologia a farti funzionare».
Ma di cosa hanno bisogno oggi gli handicappati? Tecnologia, sussidi, sensibilità?
«Scolarità soprattutto perché con quella fanno funzionare il cervello e se hai quello sei apposto. Ci sono altresì moltissimi handicappati mentali che si aggirano tra la gente e non lo sanno…»
Quale potrebbe essere una prospettiva?
«Girando per l’Italia ho visto che molto dipende dall’assessore di turno, voglio dire che l’applicazione delle leggi vigenti è subordinata all’impegno di chi ha il potere e la capacità di intervenire: c’è chi fa applicare la legge e chi no. Ci vorrebbe più determinazione nel farle rispettare ».
Però Pierangelo, a Trento la situazione è sicuramente buona, e lo stesso si vedono per strada pochissimi handicappati.
«Certo che la situazione qui è migliore però tocca sempre poi all’handicappato tirare fuori le palle… Ce ne sono di quelli che non escono ma questo a causa dei genitori. Bisogna vivere lo stesso una vita, viverla al 60%, ma viverla il più autonomamente possibile. Per me l’idea di essere autosufficiente anche quando sono da solo mi rende euforico. Troppo amore uccide come il troppo odio».
Cosa deve fare un handicappato per “tirare fuori le palle”?
«Io sono bello!»
Cosa…?
«Io sono bello… ho 60 anni e sono ancora bello! Voglio dire che deve credere in se stesso perché mettersi in un angolo e aspettare che piova, a volte può darsi che non piova. Muoversi in mezzo alla gente, darsi da fare significa scoprire le cose che hanno gli altri, provare le stesse emozioni. Il problema è sentirsi un essere umano e non sentirsi inferiore a nessuno. Tu puoi vivere la tua vita. Qui bisognerebbe entrare nel tema della sessualità degli handicappati: la gente è convinta che non la abbiano e basta, ma non è vero, ce l’hanno diversa, ma ce l’hanno».
C’è qualche relazione tra la tua musica e la tua situazione?
«No, non ce n’é. Ho cominciato ad interessarmi di handicap da quando faccio il cantante. I miei genitori non mi hanno mai considerato un handicappato e per mia madre sono sempre stato il più bello, il più intelligente e il più simpatico e lo diceva a tutti, ferendo credo i miei fratelli e le mie due sorelle. Da giovane ero uno che si inalberava in fretta, uno “incazzoso”. Non mi è mai pesato essere handicappato fino a 5 anni fa quando ho cominciato ad invecchiare e a perdere le forze. Prima ero più robusto e meno grasso e riuscivo a muovermi con maggiore indipendenza… mi bastava un appoggio qualsiasi cui aggrapparmi con le mani per realizzare le cose che pensavo. Anche con le donne ho avuto i miei successi… certo avrei voluto fare anche la mezz’ala destra ma non si può avere tutto dalla vita.»
bertoli3Cosa è mancato alla tua vita?
«La cosa che mi è mancata di più è stato non realizzare le cose che avrei potuto fare se fossi stato come gli altri. Esempi: invitarti fuori a cena stasera senza sapere se nel locale avremmo trovato o meno delle scale. “Cagate” però mi sono mancate di più quelle cose lì che altre. Uno conosce le problematiche di un handicappato se ci vive vicino, se ne condivide almeno in parte la situazione.
Quando presentai a Milano la campagna televisiva contro le barriere architettoniche ci furono vari discorsi e testimonianze. Ricordo di un’organizzazione che aveva messo a disposizioni del denaro per costruire degli appartamenti per handicappati affidando il progetto ad un architetto, secondo me davvero handicappato.
Costui infatti progettò e poi costruì delle finestre così alte che un handicappato vero non poteva arrivarci.
Se non ci vivi dentro non te ne rendi conto. È una situazione invivibile non solo per un handicappato, ma anche per un anziano o un bambino.
Ad un imbecille che mi fa degli scalini in casa, io gli darei una coltellata nel cuore!
Io credo che un ingegnere o un architetto dovrebbe girare qualche giorno su una sedia a rotelle per rendersi conto della realtà dei disabili perché oggi come oggi quando disegna non la conosce. Quando progettano stanze 2 metri per 3 provino loro a girarci dentro con la carrozzella! Quando disegnano bagni così piccoli che l’unica soluzione è pisciare fuori provino loro a centrare il WC!!
La soluzione sarebbe andare in alberghi da 500 euro a notte e caffè a 5 dove hai tutto lo spazio che vuoi ma io avrei dovuto fare il killer di professione per guadagnare tutti quei soldi.
Le cose vanno così perché non ci si pensa. Anni addietro andavo al Jolly di Milano e mi trovavo benissimo, però poi hanno ristrutturato, è intervenuto un architetto dalle misure corte, ed ho dovuto cambiare albergo perché lì ormai pisciavo fuori».
bertoli_pierangelo_cantante_004_jpg_wiab“Io sono nato libero. Mia madre era per la libertà assoluta. Ho cercato di vivere una vita normale. Mi è andata bene. Avevo un fisico ‘stortignato’ dalla metà in giù ma molto forte. E l’ho trattato malissimo: ho faticato e fumato troppo, guidato tanto, fino a 800 chilometri al giorno per 300 giorni all’anno. Oggi il corpo mi dà, e con ragione, qualche segnale di stanchezza: sento più adesso che quando ero giovane la condizione di handicappato”.
“L’handicappato è un rompiscatole. In Italia l’abbattimento delle barriere è ancora un problema: negli uffici pubblici, in chiesa, all’università, in banca, nel condominio… La possibilità di muoversi e lavorare all’interno delle strutture più vecchie è praticamente nulla.
Negli anni ’80 ho fatto parte della Commissione parlamentare per le leggi sull’handicap.
Quando si proponevano sanzioni contro chi non rispettava le leggi erano tutti contrari; ancora oggi in Italia si può violare qualunque norma, senza problemi. La Jervolino mi diceva che agli enti che si occupano di assistenza – perlopiù ecclesiastici – venivano pagate cifre enormi, date spesso alle persone sbagliate, quelle che impediscono al portatore di handicap di vivere la sua vita “qui ed ora”. È vero – come disse anche l’on. Formigoni, qualche anno fa, al Circolo della Stampa di Milano, in occasione della presentazione di uno spot contro le barriere architettoniche – che le barriere più grandi le abbiamo nella testa, ma è anche vero, come gli replicai io, che ci sono tanti problemi pratici. Potrei fare mille esempi. Se sulla patente o sulla carta d’identità, per facilitarmi, sta scritto “professione invalido”, perché pago l’IVA come uno sano? Le facilitazioni, quando ci sono – come la riduzione delle tasse o l’assegno di accompagnamento – sono solo apparenti: sulla macchina pago il 4% anziché il 20% ma poi il cambio automatico e i comandi manuali costano diversi milioni… In Inghilterra, in Francia le leggi a favore dell’handicap sono anche meno che in Italia, dove ce ne sono a quintali ma non servono a niente, solo ad essere contravvenute, in particolare al Sud, dove il senso della legalità è più scarso».
“Una volta i suonatori (come i pugili o i calciatori) venivano dal mondo del lavoro, della fatica, anche della miseria. Oggi cantanti e cantautori non sono più poveri o poverissimi, sono laureati e la musica non è riscatto. Le motivazioni sono diverse: può essere un modo più facile per avvicinare le donne (“Il palco fa più bello”…) oppure – come per mio figlio, che fa il rocker – un modo per demassificarsi, terminologia degli anni ’60, oggi più attuale che mai.
Il dio denaro sembra comunque l’unico per cui la gente è disposta a sacrificarsi.
Credo che di tutto Marx almeno una frase, che cito a memoria, vada salvata: “Fino ad oggi ho creduto che fossero le leggi a determinare le religioni, l’economia. È invece il contrario”.

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