dandrea1Una volta, quando c’erano ancora i re con le corone in testa e le monete d’oro in tasca, il re di un paese di cui non ricordo il nome, andò alla televisione e parlò così:
“Popolo mio, chi di voi mi saprà dire perché un pesce vivo pesa più di un pesce morto, avrà in premio un sacco di monete d’oro. Riflettete, studiate e alla fine io premierò la risposta esatta” .
Da quel giorno i maestri, i professori, i dottori e gli scienziati di quel paese cominciarono a pensare perché, come aveva detto il re, un pesce vivo pesa più di un pesce morto.
E il giorno stabilito andarono tutti al palazzo del re che li aspettava seduto sul trono davanti al popolo in attesa, e alle telecamere.
Per primo si presentò un maestro e disse: “Secondo me un pesce vivo pesa di più di un pesce morto perché quando muore se ne vola via l’anima”.
Secondo si presentò un dottore e disse: “Maestà, il pesce morto pesa meno del pesce vivo perché il suo sangue non circola più”.
Poi si presentò un professore: “Maestà, io ho studiato tanto la vita dei pesci ma non so che cosa rispondere: credo che questo sia uno dei segreti della natura”.
Per tutto il giorno il re ascoltò le persone più colte del regno. Chi diceva una cosa, chi ne diceva un’altra. Alla fine, proprio mentre il re, non sapendo chi premiare, si era fatto levare la corona per grattarsi la testa, si fece avanti un uomo: “Maestà, io sono un contadino che non sa né leggere né scrivere perché al mio paese la scuola non c’è.
Ho ascoltato tutta quella gente che ha studiato e ci ho capito poco.

Allora sono andato a prendere un pesce vivo e una bilancia per pesarlo”.
E mentre diceva così buttò il pesce vivo sulla bilancia e disse al re di controllare.
Il re inforcò gli occhiali e lesse il peso: “Un chilo e un etto”.
Il  contadino levò dalla tasca un coltello, uccise il pesce e lo mise sulla bilancia.
Il re rimise gli occhiali e disse: “O bella… un chilo e un etto come prima… il peso è uguale!”
Il popolo fece un grande applauso e il re disse: “Sia dato a questo contadino il sacco di monete d’oro”.
Due facchini reali posarono davanti al contadino la grande ricchezza.
Il contadino disse: “Mio re, grazie. Però io e la mia famiglia, anche se siamo poveri, non sapremmo che fare di tutto quest’oro. Ne prendo una manciata che userò per farmi una casa e per mandare i miei figli a scuola.

Il resto te lo lascio a un patto: che tu faccia costruire scuole per tutti e in ogni scuola faccia mettere una bilancia”.
Il popolo fece un altro applauso, e il contadino disse al re: “Maestà, davanti al tuo popolo, devi promettere!” 

dfedec“Prometto!” disse il re.
Il contadino prese la manciata d’oro e se ne andò, lasciando là il re, i maestri, i professori e i dottori con tanto di naso.
Il re, come aveva promesso, con l’oro del contadino fece costruire scuole per tutti e in ogni scuola fece mettere una bilancia.
Con la bilancia, naturalmente, gli studenti cominciarono a pesare ogni cosa.
E un giorno venne loro in mente di pesare anche il re.
Lo presero, lo posero su un bilancione, senza corona in testa, e si accorsero che valeva molto poco per essere un re.
Allora lo mandarono in pensione.
Da quel giorno in quel paese, non si fecero più gare alla televisione, però tutti i ragazzi andarono a scuola e là imparavano la storia del contadino che aveva pesato il pesce davanti al re e tante altre storie vere.

Mario Lodi “Il pesce vivo e il pesce morto

P.S. Nel 1880, Aristide Gabelli cominciava il suo libro: “Il metodo di insegnamento nelle scuole elementari d’Italia” più o meno con lo stesso quesito del re, aggiungendo però che il fine principale dell’educazione è: “Accrescere di mano in mano il numero di coloro, ai quali venga in testa di pesare il pesce, innanzi di darsi a credere, nonché a dimostrare, che morto pesi più che non vivo.”
Mario invece ha aggiunto anche la parte in cui, a scuola, gli studenti riescono a capire che “si può imparare a pesare anche chi, prima, ha fatto pesare il suo peso gerarchico” confondendo le idee e condizionando i pensieri.
Non a caso, in un’intervista in cui gli era stato chiesto cosa suggerirebbe al maestro di oggi, Mario Lodi rispose: Possedere un cuore, che è un motore potente. E poi attaccarsi al bambino, seguirlo con dedizione, riuscire a scrutarne i talenti nascosti. Senza mai dimenticare che il compito della scuola è trasformare un gregge passivo in un popolo di cittadini pensanti”.

P.P.S. I disegni li hanno fatti Andrea M. e Federico F. della scuola elementare “Bruno Ciari” di Cocomaro di Cona, nel 2000, quando avevano 8 anni.

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