claudioriccioDivulgo molto volentieri questo bell’intervento di Claudio Riccio, candidato al Sud per la lista L’Altra Europa per Tsipras.
Claudio è un lavoratore freelance della comunicazione, ha militato per molti anni nei movimenti studenteschi e ne è stato a lungo una delle voci più note: coordinatore UdS a Bari nel 2002, è entrato nell’esecutivo nazionale nel 2004. È stato Senatore Accademico nell’Università degli Studi Bari dal 2008 al 2010. Ha poi ricoperto l’incarico di portavoce nazionale di Link-Coordinamento universitario e della Rete della conoscenza negli anni più intensi del movimento studentesco contro la riforma Gelmini. Dal 2012 è tra i promotori della campagna Voglio Restare, del sito d’informazione indipendente Ilcorsaro.info e della rivista “Quaderni Corsari
Comunque vi fermiate ai banchetti a firmare per sostenere la lista L’Altra Europa per Tsipras, buona lettura.

C’era una volta la strategia di Lisbona e l’idea che l’Europa dovesse diventare la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010.
Il terzo millennio era iniziato con promesse ambigue quanto affascinanti, che i movimenti studenteschi hanno sempre affrontato criticamente: da una parte si condivideva la necessità di investire sulla formazione, l’istruzione e la ricerca, in un’ottica di innovazione e internazionalizzazione, dall’altra si criticava l’impostazione dominante eccessivamente economicista, l’idea per cui i saperi si dovessero piegare sempre e comunque alle esigenze del mercato.
Nel 2014, possiamo ufficialmente dire che il lato oscuro di quei processi di riforma, quello dell’aziendalizzazione e della privatizzazione, è stato realizzato, mentre di investimenti sul futuro, in particolare in Italia, non c’è traccia.
Invece di fare l’economia della conoscenza i governi italiani degli ultimi 15 anni hanno fatto economia sulla conoscenza.
La scuola, l’università e la ricerca sono state spolpate per fare cassa, distruggendo non solo le condizioni di vita di centinaia di migliaia di studenti e insegnanti, ma soprattutto la capacità del nostro paese di inventarsi un futuro.
Legge Moratti, legge 133, legge Gelmini: uno stillicidio di pessime riforme pensate e realizzate contro il sistema pubblico d’istruzione.
Schermata 2014-03-22 a 13.37.19Nonostante i proclami altisonanti, il governo Renzi non sembra intenzionato a invertire la tendenza.
La ministra dell’istruzione Stefania Giannini, che ha presentato questa settimana le sue linee guida di intervento sulla scuola, ha ribadito in sostanza la piena continuità con i suoi predecessori: poche idee, pochissimi fondi, tanta retorica.
I fondi annunciati per l’edilizia scolastica (sulle cui cui coperture non c’è ancora chiarezza) sono insufficienti e rischiano di essere mal distribuiti.
Secondo le stime del ministero delle infrastrutture, per la messa in sicurezza delle scuole italiane servirebbero 13 miliardi di euro, e inoltre, mancando un’anagrafe nazionale sull’edilizia scolastica, si rischia di sbagliare le priorità, gettando a mare le poche risorse stanziate. Matteo Renzi tende a confondere la velocità con la fretta, e i risultati possono tradursi anche in sprechi disastrosi.
Finora si è vista solo tanta retorica, come quella sul modello d’istruzione tedesco, pubblicamente elogiato da Renzi nel suo incontro con Angela Merkel e ripreso ieri dalla ministra Giannini. Un paragone allo stesso tempo insensato e pericoloso: l’impressione è che del sistema tedesco non si vogliano copiare gli altissimi livelli di investimento pubblico, la gratuità pressoché totale e le forme avanzatissime di welfare studentesco (trasporti, libri, alloggi, mense, reddito), bensì gli aspetti più datati e discussi, cioè la canalizzazione precoce e la divisione rigidissima tra licei e istituti professionali, che nel contesto italiano rischierebbe di riprodurre automaticamente le differenze di classe.
Soprattutto, né Renzi né Giannini si sono impegnati a realizzare la vera grande riforma che renderebbe possibile tutte le altre riforme di scuola, università e ricerca: il ripristino di livelli minimamente dignitosi di finanziamento.
L’Italia è un paese di tarda e limitata scolarizzazione, che negli ultimi anni ha drammaticamente peggiorato la sua già difficile situazione in questo campo: dal 2000 al 2010 l’Italia è l’unica nazione europea che non ha incrementato la spesa reale per istruzione, come si evince dallo stesso rapporto della commissione europea “Education budgets under pressure in Member States“.
Ma non serve andare a studiare i rapporti internazionali per comprendere questa situazione, lo sanno bene gli studenti, gli insegnanti e i lavoratori del settore, e in generale basta fare un giro in una qualunque delle scuole italiane: fatiscenti, prive di strumenti adeguati, con docenti sottopagati e famiglie costrette non solo a portare la celebre carta igienica da casa, ma a contribuire economicamente con un ammontare complessivo di 335 milioni di euro raccolti in contributi solo nominalmente volontari.
Viviamo in un paese in cui il 26% degli studenti non arriva alla maturità, con punte massime del 30,7% negli istituti tecnici, e in cui il tasso di laureati è ancora ampiamente inferiore alla media europea. Non abbiamo una legge quadro nazionale sul diritto allo studio, ma 20 leggi regionali differenti e un sistema nazionale discriminante, che non fa nulla per ostacolare una dispersione scolastica altissima.
Cambiare la scuola e l’università, in Italia e in Europa, è necessario, e gli studenti, gli insegnanti, i ricercatori, quelli che vivono nelle classi e negli atenei tutti i giorni, saprebbero benissimo come farlo. Ma parlare di rilancio dell’istruzione e di modelli più o meno fantasiosi significa semplicemente vendere fumo, se prima di tutto non si riportano gli stanziamenti ai livelli pre-Gelmini. Non è possibile può rilanciare l’istruzione senza mettere fine al drammatico ciclo di tagli alla istruzione e alle politiche di austerity. Anche per questo, per cambiare la scuola e l’università in Italia, serve prima di tutto costruire un’altra Europa.

Se sei di sinistra… firma e vota per l’Altra Europa con Tsipras

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