Back_to_the_Future_The_GamePubblico molto volentieri questo testo scritto da Giuseppe Bagni, attuale presidente nazionale del CIDI [1].
Trovo che la sua natura, nello stesso tempo, leggera e profonda, ironica e serissima possa aiutare a riflettere sulla vera buona scuola proprio in questi giorni in cui il Presidente del Consiglio, anticipando i prossimi provvedimenti di febbraio, annuncia trionfalmente che: “Da qui al 28 febbraio scriveremo il decreto e il disegno di legge della riforma della scuola. Sarà entusiasmante perché non la fa un politico che passa di lì ma la fanno gli italiani e questa è la grande novità“.
Gli italiani?!? Quali italiani? I Politici Democratici? I PDemoralizzati? I Pensionati Destrorsi? I Poveri Docenti?
Quando un politico che fa il Presidente del Consiglio, definendosi: “un politico che passa di lì”, afferma che non farà “la riforma” compie un’operazione di ipocrisia insultando l’intelligenza delle persone a cui si rivolge; quando lo stesso politico che ha lavorato ai provvedimenti legislativi afferma che “la riforma la fanno gli italiani” dice una falsità sapendo di mentire; se poi quel politico fa entrambe le cose diventa un bugiardo arrogante a cui il buon Collodi avrebbe già fatto crescere il naso.
Se davvero fossero “gli italiani che vivono la scuola tutti i giorni” a fare la riforma, allora la cosiddetta “buona scuola” di Renzi sarebbe cancellata completamente viste le delibere dei collegi dei Docenti che si sono dichiarate contrarie, considerato l’interesse sempre maggiore nei confronti della Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola per la Repubblica e valutate le reazioni contrarie dei genitori a subire una scuola pubblica competitiva e a finanziarla in misura sempre maggiore.
Comunque chiediate coerenza ai politici, buon ritorno al futuro.

8078~Star-Personality-1978-PostersLa notizia è passata quasi inosservata in questa vigilia di fine anno 2064.
Si tratta del ritrovamento di un breve testo conservato in un vecchio hard disk ancora miracolosamente funzionante, che risale a 50 anni fa, scritto più o meno in questi stessi giorni alla fine del 2014.
Sarà per la naturale nostalgia dei miei vent’anni di allora, carichi di un futuro ancora tutto da spacchettare, ma il testo mi ha colpito. Lo riporto così com’è stato rinvenuto, chiedendo benevolenza a chi potrebbe scorgere ne Le Dieci Regole per la scuola una mancanza di rispetto verso i testi sacri.
LE DIECI REGOLE PER LA SCUOLA
Abbi cura della scuola perché non avrai altra risorsa all’infuori di essa.
Il futuro a scuola si tocca. Sono quelle bambine e bambini che passano davanti alle nostre cattedre a ogni ultima campanella. Si costruisce adesso, con il prendersi cura dei nostri alunni, rispettandone i tempi di crescita e le specificità, senza pensare che un bambino di tre anni è la metà di uno di sei. Preparandoli a porsi le giuste domande piuttosto che riempirli di risposte.

Agendo ogni giorno con la consapevolezza che nel futuro troveremo solo quello che avremo saputo portarci.
Se non conosci la scuola, ne parli invano.
C’è tanta scuola buona che non basta però portare alla luce. Accontentarsi dell’esistenza di isole felici significa aver rinunciato a cambiare l’intero continente. Sono invece una testimonianza imbarazzante in quanto lampi di una scuola possibile che spesso abbiamo fatto spegnere senza che lasciasse traccia. Bisogna ricominciare a studiare la scuola, e bisogna farlo insieme ai suoi protagonisti.

Ricordati di riflettere sul tuo lavoro anche quando è festa.
Diceva Don Milani che il maestro è l’unico adulto che non ha interessi culturali quando è solo. Come dire che per il maestro la sua cultura non è mai una questione privata, individuale. E’ un sapere in transito, come una moneta che acquista valore solo se scambiata.

Ogni dopo scuola deve essere impregnato del giorno di scuola finito e di quello a venire.
Ricorda di onorare i padri e la madri della scuola.
La pedagogia raccogliticcia di questi anni si è riempita di termini inglesi come garanzia di modernità, ma è un ammodernamento senza innovazione. La storia della scuola italiana è stata scritta da donne e uomini dei cui insegnamenti ci siamo dimenticati mentre altri paesi li hanno posti a fondamento dei loro sistemi d’istruzione.

Se la stacchi dalla vita la fai morire.
L’uomo è l’unica specie animale che trasmette le proprie conoscenze in uno spazio appositamente dedicato. Ma la scuola è solo un luogo appartato, non un altro mondo rispetto alla vita quotidiana. Al senso del dovere che chiediamo ai nostri allievi corrisponde il nostro dovere di dar senso – un senso per loro – a quella fatica quotidiana. Quel senso è nel potere d’uso del sapere conquistato. Dobbiamo renderli consapevoli che il loro sapere li fa capaci di cambiare il mondo, ma soprattutto cambia loro stessi nel momento stesso in cui lo fanno proprio.

E515~L-oro-Dell-azzurro-PostersGli alunni sono il seme, non li disperdere.
Il dramma della scuola sono gli alunni che perde. La dispersione viene percepita come una tragedia, nel senso del manifestarsi dell’inevitabile, e ne conseguono atteggiamenti caritatevoli verso i colpiti, con proposte di percorsi di scuola adatti a chi non può sopportare una scuola di qualità. Invece non è di qualità una scuola che disperde i suoi studenti. E la dispersione non è un evento inevitabile. Ha responsabilità e cause precise ben documentate dai sistemi di valutazioni italiani e internazionali. Il problema è che non si fanno le scelte politiche coerenti con i dati che possediamo, ma si preferisce scegliere i dati coerenti con le politiche che convengono.

Non rubare.
Ma prendi liberamente idee, materiali e strategie di chiunque se ti sembrano valide per insegnare. Nella scuola non è ammessa proprietà privata.

Non dare falsa testimonianza del valore della conoscenza.
Gli studenti studiano le materie ma studiano molto di più gli insegnanti che quelle materie insegnano. Siamo gli unici adulti che lavorano sempre sotto i loro occhi, non capita neanche ai loro genitori. Dobbiamo essere non un modello ma la testimonianza vivente del valore di quello che insegniamo. La passione per la conoscenza è un fenomeno molto contagioso, ma se si è persa non si può trasmettere in alcun modo.

Non desiderare la scuola d’altri.
Per cambiare la scuola bisogna non perdere mai di vista la sua storia che è sempre profondamente intrecciata a quella dell’intero paese. L’indovina Cassandra per scoprire il futuro scrutava nel passato.

miro_joan_fiFai desiderare il sapere.
Alla base di ogni apprendimento c’è il desiderio di apprendere. È un istinto naturale che segna la crescita di ogni essere vivente, ma a scuola sembra scomparso. Come se ci sforzassimo di insegnare a chi non vuol imparare. Non è così, ci sono solo molti alunni che non vogliono imparare a scuola, attraverso i codici e le forme che sono state buone per noi. Insegniamo a studenti che non assomigliano più a come noi siamo stati studenti. Spesso tanto spavaldi quanto fragili, insicuri. Si tratta di trovare una nuova sintonia, decentrandoci dal nostro punto di vista. Affiancare il nostro sguardo al loro per rafforzarlo e insieme dirigerlo, e imprestando la nostra fiducia in loro finché la loro non è pronta.

Non si sa chi ne sia autore, probabilmente un insegnante del tempo che mal sopportava l’ipocrisia dilagante di quegli anni in cui le letture televisive della Bibbia fecero audience da record, si ritornò a perorare i grandi valori come Amore, Felicità, Speranza e quant’altro, purché fossero declinabili in forma universalistica, neutra e staccata da qualsiasi legame con la realtà e le responsabilità terrene.
Eppure i conflitti e le incoerenze di quegli anni furono forse un prezzo necessario da pagare, come lo sono i colpi di coda e le teorie esplicative ad hoc che si coniano per tentare di tenere in vita paradigma giunti ormai alla fase terminale.
In questi giorni di fine 2064 possiamo finalmente comprendere quanta parte della nostra storia recente affondi le radici in quegli anni di grande confusione stocastica.
Chissà se questo riconoscimento tardivo potrà ricompensare gli insegnanti e gli studenti di allora che come me si trovarono in mezzo a quella bufera.
A loro un augurio di buon 2065!
cidi-sito[1] CIDI è l’acronimo del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, che ha la finalità di favorire l’affermarsi di una professionalità docente adeguata alle esigenze della scuola, alle riforme attuate e da attuare.

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