IMG_20130824_120118-e1377857922852Mi chiamo Couthon. Georges Couthon. Sono qui, adesso, senza peso e senza tempo, in un luogo liquido e immateriale. Finalmente privo di dolore e di rabbia, ma non di memoria.
Le mie gambe fluttuano nell’aria, restituite a un movimento libero.
Osservo tutto da qui. Che non so dov’è. E neppure cos’è.
Non è l’inferno, questo è chiaro. È però un posto che mi restituisce dignità e leggerezza. Il mondo là sotto, o di lato, o prima, oppure dopo, non mi appartiene, ma mi riguarda.
Osservo. Leggo. Ascolto. Provo sentimenti. In qualche modo sono vivo. Da sempre.
Non è bastata una lama a recidere la mia indipendenza. Sono riusciti solo a togliere di me il ricordo. E a far tacere per sempre il battito del mio cuore.
È rimasto il simulacro di una sedia, ma di quella parleremo a lungo.
È bella e ben conservata. Ma io non sono mai stato una sedia.
Io ero un grande rivoluzionario.
Io ero accanto a Robespierre e a Saint Just.
Io sono la rivoluzione francese. Esattamente come loro, uguale e diverso.
Anche io ero la Ragione.
COUTHON-ARTOIS.fauteuilLa sedia
Non era una sedia qualsiasi, certo. Aveva le ruote. Anzi, no. All’inizio era una bella sedia in stile dell’epoca, proveniva da Versailles, con i braccioli imbottiti e lo schienale rigido ma confortevole, con un bel tessuto giallo ocra, e quattro zampe ben tornite e solide. Senza le ruote. Solo che io, a partire da un certo giorno, anzi per la precisione, dal primo marzo 1792, ho perso completamente l’uso delle gambe. Ecco perché bisognava aggiungerci le ruote. Non è capitato in un attimo, ovviamente. Nessun incidente stradale, all’epoca era quasi impossibile, anche se a volte le carrozze si ribaltavano e correvano troppo, investendo malcapitati viandanti. No, la cosa si trascinava da un po’, diciamo da qualche anno. Non ci hanno capito molto, ma questo è un altro discorso, lo faremo, con calma, se ne avremo voglia. Sta di fatto che una strana malattia mi ha attaccato proprio lì, dalla vita in giù, facendomi perdere le forze e persino la consistenza dei muscoli. Non mi reggevo più in piedi da solo, se non usando un bastone, ma avevo sempre paura di cadere. Ho provato con le stampelle, ma alla fine l’unico modo per spostarmi era quello di farmi portare di peso, a braccia, o con una portantina. Poi, un bel giorno, ecco che Javogues, deputato giacobino come me, si fa venire un’idea meravigliosa. Mi scrive una lettera, è il 22 settembre 1793. Ricordo bene quella data, ero a Lione, e non per una gita. Stavo assediando la città, a capo delle nostre truppe. Bella storia questa, di un capo che non cammina. Beh, Javogues in quel momento è dalla mia parte, tanto da immaginare di regalarmi una sedia del tutto speciale, che si muove su ruote, ma non solo. Ne fa cenno per lettera, brevemente, e poi la troverò al mio ritorno a Parigi, e la userò dal febbraio del 1794. E’ bellissima, la potete vedere ancora adesso, l’hanno persino restaurata e messa al centro di una sala, al museo Carnavalet di Parigi. Volete l’indirizzo? Rue de Sévigné 23. Ve lo dico perché ci vanno ancora in pochi, eppure è interessantissimo, c’è tutta la storia della Francia, e c’è anche questa mia splendida sedia a rotelle. XIR191393Già, io non ci sono. Voglio dire: neppure un quadro, così per ricordare che faccia avevo. Che poi ero bello, me lo dico adesso da solo, ma allora piacevo assai a chi mi incontrava, pensate che un mio contemporaneo era arrivato a sostenere che avessi l’aspetto di un angelo. Esagerazioni, certo. Ma alle donne piacevo, questo è poco ma sicuro. Ne riparleremo. Torniamo a quella sedia di Javogues. Una base che è un semplice carrello, di quelli che si usavano allora, per trasportare materiali di ogni genere. In legno, con due ruote davanti e una dietro. Le avevano collegate ai braccioli con un meccanismo ingegnoso: due manovelle, una per lato, azionabili da me, che imprimevano con un ingranaggio il movimento in avanti ma anche di lato, a destra e a sinistra, avanti e indietro. Fantastico! Direi persino divertente. Quante volt e mi sono messo a ridere provando a muovermi da solo nei lunghi corridoi dei palazzi di Parigi. Finalmente di nuovo quasi libero. Di nuovo con un minimo di autonomia, quando non ci speravo quasi più. Andavo anche veloce, volendo. Insomma, non tanto, ma la forza nelle braccia non mi è mai venuta meno, fino alla fine, questo è vero. E anzi, questa sedia è servita proprio a tenermi in forma, e persino a farmi digerire meglio. Potevo stare seduto, invece che sdraiato malamente a letto, quando le forze cominciavano a diminuire. E poi così mi sentivo meno “handicappato” come si direbbe adesso. Allora invece le parole non c’erano, o meglio, erano terribili. “Cul de jatte” mi chiamavano. Persona senza gambe. A metà tra la commiserazione e l’insulto. Un modo per mettermi alla berlina e per sminuirmi, perché davo fastidio, con questa mia particolarità. Ma su quella sedia ci stavo bene. Fino all’ultimo, fino a un giorno tristissimo, quando rotolai malamente giù per le sca le dell’Hotel de la Ville. Era il 27 luglio 1794, il 9 Termidoro del calendario della nostra rivoluzione. Ma non voglio parlarne adesso, mi fa ancora male. Anche perché da lì iniziò l’ultimo percorso verso la fine. Per il momento voglio solo ricordare che Javogues poco tempo dopo mi attaccò duramente per quanto feci (o non feci) a Lione. La stessa persona che mi aveva donato una sedia così speciale. Mi ricordai però la sua premura e lui evitò l’arresto. Giusto così.

Io non ho mai odiato gli uomini, non ho fatto altro che detestare le loro cattive azioni.

Quelli che avete appena letto sono l’incipit ed il primo capitolo del libro che Franco Bomprezzi stava per terminare; infatti, con l’aiuto di Silvia Zanicotti, sua compagna nella vita, lo aveva quasi finito. Quasi…
Purtroppo “la morte non ha avuto pietà” (vedi il post: Death don’t have no mercy su questo blog) e ha impedito a Franco di scrivere e a noi di leggere il suo romanzo.
Da InVisibili: “Franco Bomprezzi, nell’estate del 2013, scoprì durante una vacanza a Parigi, una sedia a rotelle… d’antiquariato, quella di Georges Couthon, esponente di primo piano nella fase giacobina della Rivoluzione Francese, amico stretto di Robespierre.
Un rivoluzionario disabile. È esposta al museo Carnavalet, lui la fotografò, scrisse un post su InVisibili da cui traspariva già la nascita di una genuina simpatia, anzi di più: di un legame tra lui e questo personaggio della storia.
Così la scorsa estate Franco tornò in Francia e si mise a indagare sul serio su Georges Couthon.
Chair used by Georges Couthon (mixed media)Scoprì una storia straordinaria, di impegno, passione, di lotta alla discriminazione. E soprattutto di umanità, in mezzo alle violenze che nel corso degli anni fecero degenerare il sogno e i principi rivoluzionari.
Insomma, un fratello di un’altra epoca, per Franco. Un uomo che meritava un romanzo. <omissis> L’aveva intitolato Cul de jatte, culo a bacinella, che era il soprannome dispregiativo o quanto meno canzonatorio affibbiato a Couthon dai compagni rivoluzionari
.”

Il primo capitolo è stato pubblicato dal Blog InVisibili con la speranza di far nascere anche ad altri il desiderio di sostenere il progetto di una pubblicazione.
Penso, nel mio piccolo, che a volte i libri possano essere pubblicati anche se incompleti e visto che Cul de jatte era quasi finito, credo che sarebbe bello vederlo pubblicato senza integrazioni altrui ma con le conclusioni che ogni lettore riterrà di immaginare.
Comunque fantastichiate, buona immaginazione.

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