franco_frabboni bioLadies & gentleman, last but non least, Franco Frabboni!!! Put your hands together!
(Signore e signori, ultimo ma non meno importante, Franco Frabboni!!! Battete le mani!)
Non me ne voglia il professor Frabboni, di cui conservo un ricordo vivace e coloratissimo, per questa introduzione da concerto rock.
Mi serve per sottolineare che se i pedagogisti fossero usciti prima dalle loro cattedrali, magari l’opposizione alla cosiddetta “buona scuola” avrebbe avuto qualche compagno di viaggio in più e noi non ci saremmo sentiti così abbandonati dal mondo accademico
“Non è mai troppo tardi” recitava il titolo della trasmissione condotta dal maestro Alberto Manzi.
Ben venga quindi questo contributo del professor Frabboni [1] che critica inesorabilmente la “buona scuola” renzusconiana.
Comunque la pensiate, buona lettura del suo intervento.

1. In ricordo della Pedagogia popolare
Sbarcati da tre lustri sulle spiagge del duemila godiamo di un eccellente punto di osservazione per giudicare l’ultimo terzo del Novecento da poco tramontato a occidente. Come dire, siamo in una stagione affidabile per stilare bilanci e redigere pagelle. E dare il voto alla Scuola. A partire da quella di base (dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado) nei confronti della quale lo Stato italiano scese responsabilmente in campo affiancandosi agli Enti locali per incoronare il preobbligo e l’obbligo ad agenzie pubbliche di socializzazione e di alfabetizzazione delle nuove generazioni.
La pagella alla Scuola militante di fine Novecento distingue intenzionalmente i due volti della sua medaglia formativa: la Scuola formale (il Centro: le politiche governative e ministeriali) e la Scuola reale (la Periferia: le istituzioni per l’infanzia e per l’adolescenza che sotto il segno della Pedagogia popolare costruirono, giorno dopo giorno, il villaggio dell’istruzione pubblica).
Parliamo di un Sistema formativo al passo dei tempi e attento ai mutamenti socioculturali: indisponibile, pertanto, a inginocchiarsi all’altare della propria stagione storica.
ThatsAllRenziMai Scuola subalterna alle ventate autoritarie e regressive che pervenivano dall’allora establishment al potere.
Pagella alla mano, va mandata a ottobre la Scuola formale incapace di precorrere le istanze riformistiche del sistema di istruzione. Mentre va promossa a pieni voti la Scuola reale che chiude il Novecento con un saldo pedagogico in attivo.
2. La “mia” Buona Scuola
Nelle seguenti righe, daremo volo a quattro palloncini/rossi che disegnano in cielo la Scuola che vorremmo: condivisa dagli “attori” che recitano, giorno dopo  giorno, il copione dell’istruzione pubblica. Parliamo di studenti, insegnanti, genitori, enti locali, associazioni sindacali e no/profit che si danno la mano sul portone d’ingresso di una Scuola democratica, inclusiva, plurale e solidale.
Siamo al cospetto di un Patto progressista che intende demolire i totem neoliberisti e neointegralisti celebrati, nei primi due lustri del duemila, dalle inguardabili Ministre berlusconiane Letizia Moratti e Mariastella Gelmini.
La Buona Scuola (d’ora in poi BS) – varata con furiosa irruenza dal Governo//Renzi – rivolge lo sguardo soltanto sull’Hardware (il corredo istituzionale e gestionale del sistema di istruzione), mentre ha gli occhi chiusi sul Software (il corredo culturale e curricolare): ovvero, le conoscenze e le metaconoscenze che vorremmo in prima fila nel teatro di recita delle nuove generazioni.
Morale pedagogica. Abbiamo il fondato dubbio che il Software della BS vada a braccetto con l’idea classista di istruzione imposta dalle Ministre lombarde nei due lustri d’esordio del Ventunesimo secolo!
Soltanto un Patto formativo “progressista” potrà demolire – con i muscoli delle scienze dell’Educazione – la Meritocrazia (ostile alla democrazia), l’Esclusione (ostile all’inclusione), il Pensiero/coccodé (ostile al pensiero plurale) e la Competitività (ostile alla solidarietà).
In sintesi. Il presente contributo invita il Governo in carica ad arricchire il testo della BS: oggi sincronico e centrato sul presente. Riconoscendogli, anche, quel volto diacronico che illuminò gli straordinari modelli formativi dell’ultimo terzo del Novecento.
Quindi, a non dimenticare i vessilli pedagogici didattici di nome scuola dell’infanzia a Nuovo indirizzo, scuola elementare a Tempo pieno e scuola media a Tempo lungo.
3. Quattro bandiere al vento per una Buona Scuola
IL DRAPPO DEMOCRATICO.  La prima bandiera progressista testimonia una limpida opzione democratica. Questa. Nell’odierna stagione inginocchiata all’altare del Mercato e del Mediatico (che santifica la discriminazione sociale e il consenso diffuso), la Scuola ha il compito di farsi scudo a difesa del diritto di accesso e di successo nel sistema formativo del belpaese.
Traguardo perseguibile. A patto che le politiche dell’istruzione sappiano affrontare la Dispersione scolastica: sia materiale (generata dalle bocciature, ripetenze e abbandoni), sia intellettuale (generata dall’abuso di saperi enciclopedici e parcellari che atrofizzano le potenzialità critiche ed euristiche della mente).
IL DRAPPO DELL’INCLUSIONE. La seconda bandiera progressista testimonia una limpida opzione inclusiva. Questa. La trincea della Formazione deve porsi a difesa dell’uguaglianza delle opportunità cognitive e conviviali dell’utenza femminile e maschile, agiata e povera, autoctona e d’altra etnia.
La Scuola di casa nostra si fregia di un punto/orgoglio. Nell’ultimo terzo del Novecento ha avuto il merito di non flirtare mai con Governi europei, meritocratici e selettivi, sostenitori dell’esclusione dei disabili dalla Scuola-di-tutti. La loro antipedagogia, separatista e classista, si fonda su una perversa superbugia: trattenere i disabili in aule “eterogenee” significa far perdere loro del tempo prezioso.
Meglio l’avvento di classi speciali (per i disabili), di classi etniche (per gli extracomunitari) e di classi monogenere (i maschi con i maschi e le femmine con le femmine).
IL DRAPPO DELLE IDEE PLURALI. La terza bandiera progressista testimonia una limpida opzione culturale. Questa. Occorre dare voce a un’istruzione pubblica che assicuri alle giovani generazioni una redditizia navigazione lungo le rotte dei saperi curricolari.
In una Scuola delle competenze e del pensiero plurale gli allievi potranno avventurarsi in una impresa titanica. Essere in grado di allacciare i fili di una gigantesca matassa alfabetica al fine di comprendere i nessi che legano insieme gli anelli sparsi delle conoscenze. A meno che le politiche dell’istruzione non intendano abbandonare le prime età generazionali, attonite e impotenti, tra i flutti massmediali e digitali che formattano menti plebiscitarie devote al consenso.
IL DRAPPO DELLA CONVIVIALITÀ. La quarta bandiera progressista testimonia una limpida opzione solidale. Questa. Mai va rimossa nella Scuola la centralità della relazione “interpersonale”: l’ascolto, il dialogo, l’amicizia, la disponibilità e la cooperazione. A tal fine, gli insegnanti sono chiamati a promuovere tra le pareti del Plesso un clima socioaffettivo positivo: conviviale, tollerante e gratificante.
10703717_10204936852599659_1352481318652724728_nAnche perché le conoscenze che gli alunni incontrano in una classe ricca di traffico cooperativo durano molto più a lungo. Al punto da godere di una buona manutenzione alfabetica lungo le stagioni postscolastiche: adulte e senili.
Siamo convinti che in un sistema di istruzione dallo stile solidaristico sventoli la bandiera di una Scuola/cattedrale. In grado di coinvolgere le giovani generazioni per i suoi riti e per le sue sacralità.
In contropartita, chiede agli studenti impegno e fatica intellettuali per superare gli ostici sentieri dell’apprendimento.
Pensierino amaro. Di quanto da noi auspicato non esiste traccia nella BS!
Significa allora che simpatizza per il modello di istruzione berlusconiano (neoliberista e padronale) macchiato di meritocrazia, di esclusione, di saperi coccodé e di competitività?
Ebbene sì!

Fonte: http://www.flcgil.it/scuola/la-buona-scuola-e-senza-memoria.flc

[1] Professore emerito di Pedagogia all’Università di Bologna. Già Presidente della Società Italiana di Pedagogia e Preside della Facoltà di Scienze della Formazione, i suoi studi e le sue ricerche si sono prevalentemente rivolti all’analisi dei fondamenti teorici ed empirici delle Scienze dell’educazione.

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