mbondesan-lezione_2La settimana scorsa, mentre distribuivo volantini ai banchetti per la raccolta delle firme a favore dei referendum sociali, una persona non ne ha accettato uno motivando il suo rifiuto con la frase: “No, io sono un geologo”.
Ho immaginato che, fra sé e sé rivolgendosi a noi, continuasse la frase con: “…e voi non siete un ..zz.!”
(Cfr. con la frase di Alberto Sordi nel film: “Il Marchese del Grillo” di Mario Monicelli).

Diverse persone non hanno ritirato il nostro volantino, non è questo il punto, ma che qualcuno non lo prendesse, vantando competenze specifiche tali da giudicare una sciocchezza assoluta il referendum sulle trivelle, mi è sembrata un’uscita poco modesta e un po’ presuntuosa.
A distanza di qualche giorno, propongo in questo post qualche risposta del professor Bondesan, famoso geologo, alle più frequenti obiezioni al referendum sulle trivelle in mare; ciò per dimostrare che avere competenza in un settore non vuol dire che ci debba essere un pensiero unico su una determinata materia, come qualcuno al governo ci vorrebbe far credere.
Mi sarebbe piaciuto che ci fosse stata più informazione su questo referendum ma, si sa, viviamo in tempi di democrazia diffeRENZIata, tempi in cui l’informazione sull’astensione è stata di gran lunga superiore a quella sulle motivazioni del Sì e del No; tempi in cui ci si scorda che sono stati 9 presidenti di regioni italiane a chiedere questo referendum.
Io trovo straordinariamente grave che di fronte alla richiesta di quasi la metà dei rappresentanti istituzionali delle regioni italiane, il Presidente del Consiglio li umili invitando all’astensione. Quando poi offre loro un caffè Napolitano scorretto, rasenta la presa in giro.
Immagino queste siano le prove del nuovo Senato così come approvato recentemente: quello in cui sindaci e senatori saranno costretto a fare gli “yes men” del capo.
17Marco Bondesan è, per i pochi che non lo conoscono, membro del direttivo della sezione ferrarese di Italia Nostra. È laureato in Scienze Geologiche presso l’Università di Bologna, ha lavorato dal 1963 al 1965 per il C.N.R. come geologo rilevatore, poi dal 1965 al 2000 per l’Università degli Studi di Ferrara nei corsi di laurea in Scienze Geologiche, Scienze Naturali e Lettere, come docente di Topografia e Cartografia, Geografia Fisica e Geologia Ambientale.
Scrive di lui Francesco Pertegato: “A lui si deve la formazione di più di una generazione di geologi. Studioso del territorio e a lungo impegnato istituzionalmente nelle salvaguardia del Delta del Po, è tra i più attivi componenti dell’Associazione Naturalisti Ferraresi.”
Le sue argomentazioni sulle obiezioni relative al referendum di oggi, 17 aprile 2016, meritano una riflessione perché  fanno giustizia dell’approssimazione con cui il tema viene affrontato dai media e dai politici a caccia di consensi.

Le obiezioni sono in rosso mentre le risposte, straordinariamente chiare, del professor Bondesan in blu.
Comunque andiate a votare, buona lettura.

Obiezione 1. Votare SI vuol dire buttare via delle risorse. L’Italia deve sempre comprare petrolio e gas dall’estero, perché non utilizzare quello italiano? L’Italia, in rapporto alla sua popolazione, è uno dei maggiori importatori del mondo di gas naturale, ma il metano oggi prodotto nel nostro Paese non arriva al 10% del fabbisogno: il governo lo vorrebbe portare almeno al 14%.
Risposta. Sarebbe una buona obiezione, se le compagnie petrolifere che operano lungo le nostre coste fossero italiane;  in realtà sono in gran parte straniere, quindi gli idrocarburi che ci mancano dovremmo comunque comprarli, anche quelli estratti nel nostro territorio e nelle nostre acque territoriali.
Obiezione 2. Votare SI vorrà dire togliere il lavoro a 11.000 lavoratori italiani (Renzi, 10 giorni fa), lasciare disoccupati almeno 30.000 lavoratori (RAI 1, martedì scorso).
Risposta. E’ ormai cominciato un balletto di cifre:  man mano che si avvicina la data del referendum il numero dei presunti disoccupati viene sempre più gonfiata.  Si dovrebbe tener presente che l’occupazione è già in calo da anni in tutto questo settore… ma voglio entrare nel merito.
In realtà, anche se vincesse il SI’, né Eni né Edison né alcuna altra compagnia sarebbe costretta a mettere per strada i propri dipendenti, sospendendo l’attività da un giorno all’altro. La maggior parte delle concessioni resterebbero valide per altri 10 anni.  Le concessioni interessate dal provvedimento sono 35, ma tre sono inattive, cinque non produttive e una sospesa: ne restano quindi 26, e queste arriverebbero comunque fino alla naturale scadenza, continuando a operare in alcuni casi per altri 10 anni.  Nel dettaglio, 17 concessioni (per 41 piattaforme) scadono infatti tra il 2017 e il 2027; altre 9 (per 38 piattaforme) sono scadute o in scadenza ma con proroga già richiesta, il che significa che potranno lavorare per altri quattro/cinque anni (la durata standard della proroga è 5 anni).
Per esempio, al largo delle spiagge ravennati – uno dei punti storici della produzione italiana – la prima concessione scadrebbe nel 2024 e le altre nel 2027. Sono dati del ministero, mica miei.
Obiezione 3. Ma allora perché si parla tanto di emergenza lavoro?
Risposta. Anche in passato, tutte le volte che chi gode di un privilegio vuol reagire a qualche cambiamento, immediatamente tira fuori il ricatto occupazionale.
La tanto sbandierata emergenza lavoro in realtà non esiste, è una campagna di terrorismo psicologico.
Intanto per quanto ho già detto prima sulle concessioni oggi esistenti, poi perché i campi offshore oltre le 12 miglia resteranno comunque in funzione; il referendum infatti non potrà vietare le perforazioni per idrocarburi, che continueranno a funzionare appena oltre il limite delle 12 miglia.
Del resto è assodato che il settore produzione energetica da idrocarburi è destinato a regredire, per far posto alla produzione di energia più pulita. Molte compagnie, come ENI, si sono già impegnate su questo obiettivo. In questo quadro 5 o 10 anni sono certamente un tempo sufficiente a pensare come reimpiegare il personale, se ci sarà veramente la volontà di farlo, e non bisogna dimenticare che la produzione di energia pulita ormai offre possibilità di lavoro assai maggiori che l’industria dei combustibili fossili.
Obiezione 4. Ma perché cambiare le cose se l’attuale normativa già garantiva dei posti di lavoro?
Risposta. In realtà a cambiare le cose è stato il governo, introducendo nella legge di stabilità del 2016 una facoltà che prima non c’era. E, come altre volte, ha creato un bel pasticcio. Fino alla fine del 2015  le concessioni avevano durata massima di 30 anni, con un vincolo temporale come qualsiasi altra forma contrattuale; le compagnie avevano il diritto a sfruttare un giacimento per tutta la durata della concessione, ma dovevano poi restituirla al termine del periodo di durata, e potevano anche chiedere una proroga. Come dire: ti chiedo in affitto una bicicletta per un mese, poi te la riconsegno, pagando il noleggio e gli eventuali danni che potrei averle provocato; se possibile, la noleggio ancora. Questo è quanto il referendum del 17 Aprile intende ripristinare, pertanto risulta incomprensibile che una vittoria del SI’ possa causare la perdita anche di un solo posto di lavoro.
La modifica introdotta dal governo invece intende regalare alle compagnie petrolifere il diritto di sfruttamento oltre i limiti di durata delle concessione, estendendo tale diritto fino all’esaurimento del giacimento: come dire la bicicletta me la tengo io finché non avrà finito di servirmi, a mai più rivederci!  Non credo che il noleggiatore ne possa essere contento.
Inoltre  non è facile dire quand’è che un giacimento è esaurito. Esistono tecniche con le quali nella stessa concessione, o addirittura dalla stessa piattaforma, si possono raggiungere altri reservoir (perforazioni verticali, inclinate, orizzontali), oppure ottenere una ulteriore produzione forzando le condizioni naturali (stimolazioni). Chi controllerà?  L’attuale normativa forse garantisce un po’ di più i posti di lavoro esistenti, ma di certo garantisce soprattutto le compagnie petrolifere già concessionarie, slegandole da limiti e vincoli, anche da quello di smantellare le piattaforme non più utilizzate.
Obiezione 5. Le  royalty sono comunque un profitto che va all’Italia.
Risposta.  Le royalty sono l’unico vantaggio che va sicuramente all’Italia; restando al paragone della bicicletta, sono il costo del noleggio. Non bisogna però dimenticare che le royalty che le compagnie petrolifere debbono pagare in Italia (normalmente si aggirano intorno al 10%) sono le più basse in Europa e tra le più basse del mondo. Il governo italiano inoltre concede alla compagnia petrolifera una franchigia di 50.000 tonnellate.
A questo punto qualche “maligno” ha osservato che, con questo sistema, alle compagnie petrolifere viene offerta  su un piatto d’argento la possibilità di ridurre o azzerare le royalty: nel caso di una produzione inferiore a 50 mila tonnellate, come potrebbe essere quella dei pozzi in via di esaurimento entro le 12 miglia, scatterebbe infatti la franchigia; si consentirebbe così alle compagnie di mantenere in piedi modeste attività di estrazione senza pagare nulla.
Obiezione 6.  Molti commentatori osservano che questo referendum puzza molto di sindrome di  NIMBY e di ritorno al paleolitico.
Risposta.  Sarebbe sindrome di Nimby se noi  sostenessimo che gli idrocarburi fossili vanno estratti altrove e non da noi; in realtà noi diciamo che sarebbe bene abbandonarli, e dappertutto. Il rischio è quello di trasformare il clima in una serie di catastrofi naturali, di rendere acidi – e sterili – gli oceani, a lungo andare di rendere l’atmosfera irrespirabile. Certamente l’abbandono dei combustibili fossili non potrà avvenire da un giorno all’altro, ci rendiamo ben conto che oggi oltre l’ottanta per cento della produzione energetica mondiale è basata su di essi: ma bisogna pur cominciare a mettere ordine in questa materia, ad esempio dotandosi di un piano energetico nazionale …
Nessuno di noi vuole il ritorno al paleolitico, e neanche al secolo XX, anzi, vorremmo che si avanzasse in una prospettiva di reale progresso. Vorremmo una classe politica e degli imprenditori che abbiano la capacità e la visione per portarci fuori dall’era dei combustibili fossili. La maggior parte degli italiani è consapevole di dover cambiare stile di vita, è anche pronta gran parte degli imprenditori. Purtroppo non lo sono i nostri politici, che, anche quando sono in buona fede, temono di far dispetto ai poteri forti e in molti casi sono addirittura più realisti del re. Molti di loro poi sono del tutto ignoranti in campo ambientale e incapaci di capire il significato della parola “territorio”. Per non parlare dei “faccendieri” e dei corrotti …
Al centro del referendum del 17 aprile c’è proprio questo, la necessità di cambiare finalmente rotta, come hanno già fatto molti altri paesi. E’ importante bloccare questo altro regalo fatto ai poteri forti, cominciare a mettere ordine, ad avere un po’ più di trasparenza e a camminare nella direzione giusta.

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